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Storico incontro in Argentina, a Buenos Aires, tra Giovanni Lombardi ed Attilio Pavesi, due personaggi legati da un destino particolare: entrambi hanno vinto i Giochi Olimpici nel ciclismo a ben sessanta anni di distanza l’uno dall’altro. Pavesi, classe 1910, vive in Argentina e fu il primo italiano a vincere l’oro olimpico nel ciclismo nel 1932 a Los Angeles nella prova su strada che, a quel tempo, prevedeva una cronometro sulla distanza di cento chilometri. Per Giovanni Lombardi l’oro arrivò nel 1992 a Barcellona nella corsa a punti su pista.
Entrambi sono stati tra i protagonisti dell’attività del velodromo di Fiorenzuola; Pavesi vi gareggiò nella riunione inaugurale nel 1929, mentre Lombardi è stato indubbiamente uno dei migliori interpreti delle scorse edizioni della "Sei Giorni delle Rose". L’incontro tra i due ex campioni olimpici si è tenuto in un clima di particolare cordialità, erano presenti il Presidente della "Sei giorni delle rose", Stefano Bertolotti e il direttore Claudio Santi che ha organizzato l’incontro. Presente anche il Presidente della Federazione ciclistica argentina, Gabriel Curuchet. «Una visita che mi ha coinvolto molto - ha commentato Curuchet - rappresentando tutti i ciclisti Argentini abbiamo reso omaggio a questo campione olimpico che da molto tempo vive da noi». Tra ricordi, aneddoti e curiosità, un emozionato Giovanni Lombardi dice: «Non riesco a descrivere l’emozione di aver conosciuto un corridore che ha vinto le Olimpiadi 60 anni prima di me, sono molto felice e conserverò questa bella giornata». Giovanni è entrato a far parte dell’organizzazione della "Sei giorni delle rose", la cui decima edizione si disputerà nel velodromo di Fiorenzuola dal 13 al 18 giugno prossimo. Ma alla presentazione del 30 marzo, il primo saluto sarà di Attilio Pavesi, ben 75 anni dopo, tre quarti di secolo, il successo olimpico di Los Angeles.  Da sinistra, Giovanni Lombardi, Claudio Santi, Attilio Pavesi, Stefano Bertolotti e Gabriel Curuchet
Pavesi ha ricordato le corse con Girardengo e la visita che gli ha fatto in Argentina; ha proseguito con la gara olimpica e quando raggiunse il favorito Hansen, di Copenaghen, che era partito quattro minuti prima. Per la pista di Fiorenzuola «non posso dimenticare le corse con Sesenna e una volta che non stavo bene e persi da Cimatti». Piacenza, la Robur e i Tarantola «padre e figlio, mi volevano molto bene». Parla con trasporto anche del suo paese natale, Caorso, «è il mio paese, non parlatemi di Caorso perché mi commuovo». La sua militanza alla Farnesina con Peppino Meazza, le sue gare in Argentina, il tango con le orchestre di Italiani che vivevano nella via dove abitava e il ricordo della passione per la musica dei suoi fratelli, una battuta «suonatori buonanotte, le corde si son rotte, non si può più suonare». Un'altra «È finito quel tempo che fu, Girardengo, Meazza, Pavesi e poi più». Incontro storico fra due generazioni di ciclisti che, con le loro imprese, hanno reso grande questo splendido sport. |