La terza edizione del Premio Sesto in Silvys ha avuto come protagonisti Giovanni e Carlo Pinarello. Ecco la cronaca dell'evento. Auditorium Mario del Monaco, una chiesa di paese oramai sconsacrata e dedicata ad una delle personalità più importanti del territorio trevigiano, questo è il contorno di ciò che diventerà uno dei ricordi più belli ed emozionanti di chi, adesso, vi scrive.
"Premio Sesto in Silvys" il premio che è stato conferito a Giovanni, per tutti mitico Nane, Pinarello e al fratello Carlo.
Questi due fratelli hanno segnato la storia del loro paese natale, Catena di Villorba, e hanno lanciato sul mercato internazionale il marchio "Cicli Pinarello", faro guida di tantissime formazioni ciclistiche professionistiche e non.
Il piccolo ed accogliente auditorium dimostra ai presenti la grandezza di quello che i due fratelli hanno saputo fare nella propria vita.
In primis il marchio di ciclismo rappresentato da due perle della produzione, passata e presente, ai lati della sala la bici del record dell'ora vinto da Miguel Indurain e l'attuale bicicletta di Valverde contraddistinta dai colori sociali del suo team: Caisse d'Epargne.
Lentamente, ma continuamente, la gente entra e si accomoda nell'ex chiesetta fino a riempirla nella sua interezza.
Alle ore 11.00, puntualmente come solitamente capita quando si parla dei fratelli Pinarello, si comincia a respirare la gioia e la commozione di questo appuntamento.
Le porte si chiudono, anche per evitare che troppa gente entri nel luogo di festa, e si introduce il perchè proprio questo premio sia stato conferito ai Fratelli di Catena di Villorba.
Giovanni e Carlo nascono durante i durissimi anni venti, anni di povertà e sacrificio; una famiglia povera quella dei fratelli Pinarello, di origini umili che ha insegnato ai due fratelli l'arte di sfruttare le proprie capacità per portare a casa qualche soldino, sempre ben accetto per poter portare avanti una vita, almeno, dignitosa.
Giovanni e Carlo erano soliti recarsi nei campi a raccogliere le sterpaglie secche, per poter scaldare la casa dove vivevano, raccoglievano i resti della trebbiatura per lasciare i campi totalmente puliti, riordinavano e riportavano bocce e birilli al campetto dove giocavano gli anziani del paese; ecco come i due bambini riuscivano a racattare qualche soldino per rendere la vita di famiglia più semplice, anche se si trattava di differenze quasi impalpabili.
Giovanni si avvicinò alla bicicletta cacciando i gatti per poi venderne la pelle, proprio con la pelle pregiata e costosissima dei gatti, si creavano le coperture dei manubri delle biciclette.
Ecco che Giovanni, anzi da ora inizieremo a chiamarlo "Nane", debutta alle corse che contano negli anni '50, balzerà alle "classifiche" e alle pagine dei giornali grazie ad un primato che dava più ricchezza che non indossare la maglia rosa; la maglia nera.
La maglia nera, nella storia indimenticabile del nostro bellissimo sport, veniva indossata dall'ultimo in classifica ed era ripagata con salami, prosciutti, grosse scorte di vino e di ogni qualsivoglia bene da mangiare, a dirci la verità e guardando i fatti, la maglia nera dava più ricchezza della stessa maglia Rosa e, quanto a duelli, ha segnato le pagine più appassionanti e belle della storia dello sport a due ruote.
Nane, per portare a casa sano e salvo quel primato, arrivò a nascondersi nei filari delle vigne, nei contenitori dell'acqua piovana rischiando, persino, di morire assiderato o di arrivare oltre il tempo massimo.
Nel 1953, causa la grande invidia che la maglia Nera attirava, Nane venne pagato dal Patron della Bottecchia perchè si ritirasse definitivamente dalle corse con la somma di 100.000 lire che, all'epoca, gli permisero di avviare e allestire un vero e proprio negozio di biciclette in pieno centro cittadino di Treviso.
Nane riesce, a poco a poco, a sfondare sui mercati prima meramente regionali per poi espandersi sui mercati nazionali ed internazionali durante il roseo periodo del Boom economico.
Il fatto che nel 1957 la Padovani, squadra iscritta ad una competizione nazionale, corresse su cicli Pinarello divenne motivo di prestigio e notorietà per la casa trevigiana; nel 1960 la società Mainetti decise di adottare cicli Pinarello che, in seguito, avrebbero portato Guido De Rosso a vincere nel 1966 il Tour de l'Avenir; nel 1975 arrivò il primo successo al Giro d'Italia con la vittoria finale di Fausto Bertoglio, nella storia della casa ciclistica Villorbese compaiono i nomi di grandissimi campioni come Indurain, Chioccioli, Cipollini, Ullrich e non ultimo Alessandro Petacchi che ha conquistato la sua prima Sanremo in sella ad una Pinarello Dogma bianco-blu.
Carlo, invece, non prese la strada del ciclismo su strada, ma si dedicò e continua a farlo al suo borgo natale; Catena di Villorba.
Carlo aprì il primissimo distributore di benzina, che ancora oggi sopravvive e rimane uno dei più frequentati di zona, e mise tutta la sua passione per le bici in delle iniziative splendide.
Proprio dove ora c'è il distributore e una officina di bici, Carlo Pinarello ha saputo creare una splendida mostra a cielo aperto sulle glorie del ciclismo veneto.
Da Renato Longo, campione mondiale per cinque volte del ciclocross, a Enrico Franzoi, passando per Marco Pantani e Alessandro Petachi questi sono i protagonisti di alcune formelle di ceramica che attorniano uno splendido negozio di biciclette; la via crucis, disegnata da Gina Roma e ubicata nella chiesa di Catena, è stata il risultato della passione e dell'amore che Carlo prova per la sua terra.
I due protagonisti di giornata, dopo questo lungo excursus sulla loro vita, vengono invitati sul palco, si dimostrano ovviamente commossi e felici, un groppo in gola è palpabile per tutti coloro che assistono a questo splendido appuntamento; viene, finalmente, conferito loro il Premio "Sesto in Silvys" accompagnato da una splendida pergamena con su scritte le motivazioni che hanno spinto i promotori di questa manifestazione giunta alle terza edizione, il sindaco di Villorba Liviana Scattolon e l'assessore alla cultura Travisi, a conferire questo ambito premio ai due "bocia" di Catena.
Difficile fare un discorso, difficile persino non sentirsi trasportati dai ricordi che profumano di povere, di panini nei bar, di docce e rifornimenti nelle fontane, dai chiassosi e fumosi ritrovi di partenza, senza pensare alla voce roca di Bartali e al fisico longilineo di Coppi, senza vedere ad inizio anni venti le sagome di quei due ragazzini che ora sono due splendidi figli della terra veneta di quel tempo: Giovanni-Nane e Carlo Pinarello.