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A fianco del ciclismo pedalato, rumoreggia in questi giorni la nuova presa di posizione dell’UCI in materia di lotta al doping. Il maggiore organo internazionale ha invitato tutti i corridori ProTour a firmare una dichiarazione in cui ognuno di loro conferma di non essere coinvolto in alcun caso di doping e si impegna a pagare una multa pari allo stipendio della stagione 2007 in caso di positività.
I soldi raccolti da questi provvedimenti verranno impiegati in nuovi studi per combattere quella che è una delle piaghe principali dello sport. Firmando il documento, a fronte di eventuali controlli a sorpresa, ciascun corridore ha l’obbligo di rendersi reperibile per 365 giorni l’anno, 24 ore su 24 e dovrà, quindi, comunicare all’UCI ogni suo spostamento. Questo è il testo originale della dichiarazione denominata “L’impegno dei corridori per un nuovo ciclismo”. “Il caso Puerto ha messo in luce i gravi fatti di doping nel ciclismo. Questi, come del resto tutti gli altri casi di doping, danneggiano notevolmente il mio sport e la mia situazione personale. L'incertezza che ne deriva sull'identità dei corridori e delle altre persone che potrebbero essere implicate nel caso Puerto è altrettanto nefasta e permarrà fino alla chiusura del caso. Oggi il sospetto regna ovunque, mina la credibilità del mio sport e scuote la fiducia del pubblico, delle istituzioni, degli organizzatori e dei miei colleghi. Per questi motivi, firmando il seguente impegno, voglio fornire il mio contributo per correggere questa situazione e risanare il ciclismo, dimostrando che aderisco totalmente ai principi difesi dall'Unione Ciclistica Internazionale (UCI). Dichiaro sul mio onore, davanti alla mia squadra, ai miei colleghi, all'UCI, alla famiglia del ciclismo e al pubblico, di non essere coinvolto nel caso Puerto né in nessun altro caso di doping e mi impegno a non commettere nessuna infrazione al regolamento antidoping dell'UCI. A prova del mio impegno, accetto di versare all'UCI, oltre alle sanzioni regolamentari, un contributo alla lotta antidoping per un importo pari alla mia retribuzione annuale del 2007, nel caso in cui avessi violato il regolamento e fossi condannato alla sanzione standard di due o più anni di sospensione, nell'ambito del caso Puerto o di qualsiasi procedura antidoping. Allo stesso tempo, dichiaro agli organi di giustizia spagnola di mettere a loro disposizione il mio DNA perché possa essere confrontato con le sacche ematiche sequestrate nell'abito del caso Puerto. Faccio appello alla giustizia spagnola perché disponga questo esame il prima possibile o permetta all'UCI di svolgerlo. Infine, aderisco alla volontà dell'UCI di rendere la mia dichiarazione pubblica". I primi corridori a sottoscrivere tale documento sono stati Mark Cavendish, britannico del T-Mobile Team e Sandy Casar, francese della Française des Jeux. Dopo qualche giorno si silenzio, oltre all’australiano Allan Davis della Discovery Channel (implicato in un primo momento nella Operacion Puerto per poi essere scagionato) anche alcuni corridori della Crédit Agricole hanno deciso di firmare la dichiarazione e precisamente Francesco Bellotti, William Bonnet, Alexandre Botcharov, Pietro Caucchioli, Anthony Charteau, Dimitriy Fofonov, Patrice Halgand, Sébastien Hinault, Jonathan Hivert, Christophe Laurent, Christophe Le Mevel, Cyril Lemoine, Jean-Marc Marino, Rémi Pauriol, Benoît Poilvet, Pierre Rolland e Yannick Talabardon. Secca la reazione dell’Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani che commenta la presa di posizione dell’UCI con il seguente comunicato pubblicato sul sito ufficiale.
“Regole poco chiare, decisioni unilaterali, criminalizzazione dei corridori: l’Assocorridori italiana – d’accordo con l’internazionale CPA – dice no all’Unione Ciclistica Italiana. L’ultimo progetto antidoping presentato dall’UCI accresce la pressione sugli atleti, la componente meno tutelata del ciclismo, senza che le richieste delle associazioni che raggruppano i corridori vengano minimamente prese in considerazione. Nessuna responsabilità viene riconosciuta, in caso di doping, al team in cui milita l’atleta o al rispettivo manager. E’ il singolo corridore a dover pagare (in termini disciplinari ma anche economici) il fatto di essere eventualmente caduto in tentazione. L’UCI sembra ignorare totalmente quanto emerso in passato e confermato ancor oggi da talune inchieste: è accaduto che gli stessi team imponessero agli atleti il cosiddetto doping di squadra. Eppure, secondo l’UCI, è sempre e soltanto il corridore a dover pagare… Che dire, poi, dell’obbligo di segnalare in anticipo, per 365 giorni all’anno, tutti i propri movimenti così da poter essere, sempre e comunque, sottoposti ai controlli a sorpresa? Non è forse una regola contraria alle norme poste a tutela della privacy? Il problema-doping è troppo serio per poter essere risolto con semplici provvedimenti di facciata, che infieriscono sui corridori senza produrre soluzioni. L’ACCPI non ci sta”. |